Noi, giovani avvocati: tre voci della resistenza, della resilienza, della speranza


A cura di: Dott. Luca Mondello, Avv. Francesca Villa e Avv. Aurora VizzarriAvvocati Liberi-

Le tre voci sono le nostre: quella di Aurora, Francesca e Luca. Tre professionisti, in fasi diverse del proprio percorso che spiccano il volo dopo la rincorsa, si affacciano e si avvicinano alla professione incontrando spesso gli stessi ostacoli, dubbi e preoccupazioni, soprattutto durante la cd “legislazione dell’emergenza” o “diritto della follia”, dove i capisaldi del diritto, quelli che speravi il professore ti chiedesse all’esame di diritto costituzionale il primo anno perché erano “banalità di senso comune”, non valgono più.

Tre voci diverse per vissuto, diverse per età, diverse per provenienza geografica, ma accomunate da un profondo senso di giustizia, quel sentimento connaturato in tutti noi, che un tempo ha animato le fatiche di tre studenti, oggi la lotta per la libertà di tre giovani avvocati, che, nonostante l’incertezza e le difficoltà del presente, perseverano nel credere in un futuro dove finalmente un giorno “torneranno ad essere di moda” quei diritti, quelle libertà e quei principi che permeano i manuali di diritto e assai meno questa nostra società.

Tre voci simboliche, ma sono molte di più, ancora timide ed impaurite, giovani ed assurdamente convinte di “non essere all’altezza”.

Noi simbolicamente per tutti vogliamo celebrare oggi la Repubblica, non quella attuale, ma quella futura da costruire insieme su quei valori naturali più intimamente umani e solo secondariamente giuridici.

– Dott. Luca Mondello

Sembra passato poco tempo da quando ero alle prese con la stesura della tesi, ricordo quanto ero teso nel luglio del 2020 mentre mi interrogavo sul futuro.

Il dubbio mi pervadeva anche un anno fa quando mi fu chiesto se volevo far parte di un’associazione in cui c’erano solo avvocati, era qualcosa che non avevo neanche lontanamente previsto.

Sentivo di mancare di competenze adeguate, dubitavo di poter apportare un contributo di qualunque tipo eppure più passavano i giorni, più mi rendevo conto che essere lì era proprio ciò che volevo.

Da tanti anni desideravo impegnarmi nel perseguire un’ideale di giustizia che ho scoperto purtroppo non esistere nel mondo reale, mi scontravo sempre però con l’amara constatazione che da solo non potevo realizzare granché.

Questi due anni sono stati rivelatori, ho visto perpetrarsi davanti i miei occhi crimini spaventosi avallati da chi dovrebbe far rispettare la legge, non ce la facevo ad assistere senza potermi opporre in qualche modo.

Ho scoperto che la strada intrapresa è davvero quella giusta, mi sono imbattuto in un’umanità che ha lasciato il segno su di me. È questa un’umanità composta da persone in cerca di aiuto ma soprattutto da professionisti che si battono ogni giorno per far prevalere le loro giuste ragioni, non solo in Tribunale ma anche nella quotidianità con il loro esempio.

Sto parlando chiaramente di tutti gli Avvocati che fanno parte di ALI, che sono sempre stati in prima linea quando si trattava di perseguire una causa meritevole di tutela.

Ho ancora tantissimo da imparare, essere in mezzo però a persone del genere è senz’altro estremamente motivante, mai avevo sentito un’affinità del genere con qualcuno.

– Avv. Francesca Villa

A marzo 2020 non ero ancora avvocato ed anzi se mi avessero chiesto cosa “avrei fatto da grande” non avrei esitato un secondo prima di rispondere: il magistrato!

Ad aprile 2020, dopo due anni passati a studiare in modo “matto e disperatissimo”, la mia convinzione vacillava. Il silenzio della magistratura su quello che stava accadendo era diventato assillante, opprimente. La “bouche de la loi” nel migliore dei casi era cucita, nel peggiore vomitava assurdità, illogiche legittimazioni del ribaltamento costituzionale.

Non ti serve un avvocato per percepire l’ingiustizia, ma ti serve un avvocato per ristabilire l’ordine naturale, per ritornare al giusnaturalismo, per quantomeno cercare di indurre la bocca della legge a parlare con senno.

Ad ottobre 2020 ero avvocato, ma fino ad aprile 2021 ho avuto timore a dirlo a me stessa, a confessarlo ad alta voce. I giovani spesso hanno paura, timore a lanciarsi nella professione, a giocare “coi grandi” senza conoscere perfettamente le regole del gioco, questo sia se come me il vedersi nella veste di avvocato capita del tutto inaspettatamente sia che si tratti del coronamento di un sogno.

Al Liceo la professoressa di Italiano ci fece fare un tema sul perché gli adolescenti non leggessero i giornali. Scrissi allora che prendere un giornale a 15 anni ti catapulta in un flusso dinamico, iniziato ben prima che tu venissi ad esistenza, di cui non consoci il pregresso e che non si ferma ad aspettare che tu ti metta in pari, capisca i termini, il linguaggio specifico, i riferimenti o le dinamiche.

Allo stesso modo diventare avvocato è come immergersi in un fiume in piena, senza nulla a cui appigliarsi, con la corrente che ti scaraventa i sassi sulle caviglie cercando di farti cadere. Non sai da dove arrivi il fiume, quale o dove sia la sorgente, né dove sia diretto.

Essere nel fiume ti dona agli occhi degli altri, soprattutto in una situazione tragica come quella che stiamo vivendo, un’aura magica, una sorta di super-potere: la possibilità di scortarli in un’aula di giustizia e banalmente e fieramente reclamare Giustizia.

Così mentre gli altri si aggrappano a te, tu ti aggrappi agli altri avvocati, quelli più esperti, più anziani, che conoscono “le regole del gioco”.

Con il tempo impari a stare in piedi da solo nel fiume, nonostante i sassi sulle caviglie che proveranno sempre a farti cadere. Capisci che “le regole del gioco” sono importanti ma c’è una specificità che puoi dare solo tu alla professione e passi dal “fare l’avvocato” ad “essere un avvocato”, pronto a tendere la mano a chi nel fiume sta iniziando a bagnarsi i piedi per immergersi a sua volta.

L’emergenza non sanitaria ma etica e morale che viviamo e abbiamo vissuto è servita a portarmi da dove pensavo di voler essere a dove devo essere fieramente ed orgogliosamente.

– Avv. Aurora Vizzarri

Conservo ancora vivido il ricordo di quei giorni di marzo 2020: eravamo in pieno lockdown, il primo e il più rigido, quello delle chiusure strategiche, delle file ai supermercati, delle mascherine e dei guanti in lattice, dei DPCM, dei processi cartolari, degli accessi contingentati agli uffici giudiziari e sui mezzi di trasporto; eppure, nonostante le restrizioni, mi sentivo privilegiata!

Sì, perché come avvocato appartenevo ad una di quelle (pochissime) categorie di lavoratori a cui sin da subito è stata lasciata la libertà di circolare, libertà che è parsa appunto un privilegio, una speciale concessione, nel mio caso, giustificata dalla funzione sociale svolta dalla categoria e ritenuta di fondamentale importanza per la tutela dei diritti delle persone, primo tra tutti, il diritto inviolabile di difesa, che l’intera categoria di avvocati ha difeso a gran voce e preteso che non cadesse sotto la falce delle misure coercitive e liberticide imposte dai DPCM, che qualcuno già in tempi non sospetti definiva essere le prove tecniche della instauranda dittatura sanitaria, che ci ha poi trascinati verso una deriva psicopoliziesca.

Così, armata di mascherina, guanti e autocertificazione ho continuato a viaggiare su treni e tram desolati, percorrendo ogni giorno 40 km all’andata ed al ritorno, per sedere ad una scrivania da igienizzare con alcol etilico ogni mattina: allora lavoravo come collaboratrice di uno studio a Firenze, il chè significava essere un dipendente a tutti gli effetti pur esercitando una libera professione.

Mi sembrava tutto così surreale, a tratti, assurdo, illogico, ma nonostante non condividessi quei “dicta orwelliani” (che io stessa ripetevo ogni giorno come un mantra), mi sentivo comunque privilegiata rispetto ai più, che continuavano a subire il sequestro di Stato, salvo che per andare a fare la spesa o jogging o a portare a spasso il cane!

E mentre la narrativa dell’assurdo sacralizzato e legalizzato procedeva impavidamente, si faceva sempre più strada in me un senso di ribellione incontenibile assieme al desiderio pulsante di svestirmi di quei panni ormai troppo stretti per la mia tempra e così, tra la paura e la trepidazione, ho spiccato il volo abbandonando quel nido sicuro che non appagava più me, giovane avvocato animato da grandi ideali.

Una decisione combattuta la mia poiché consapevole delle difficoltà e dei sacrifici che avrei dovuto affrontare come giovane avvocato in un presente ostile, senza contare la paura “di fallire”, “di sbagliare scelta”, “di non essere pronta per”, che si instilla in noi generalmente quando ci accingiamo ad affrontare un cambiamento; ma anche una decisione coraggiosa la mia, che di fatto mi ha restituito l’impagabile: la LIBERTA’!!!

La Libertà di essere me stessa, di perseguire e battermi per ciò che sento giusto, non perché scritto in un manuale di diritto o in una qualche legge, ma perché è giusto per natura.

Così ho iniziato, in solitaria, la mia, la nostra battaglia senza poter contare sull’appoggio di colleghi vicini di scrivania, ma che oggi sono fiera di poter proseguire al fianco di ALI, dove ho incontrato – ancor prima che avvocati e colleghi – donne e uomini liberi, dall’animo impavido e dalla penna graffiante, con una fermezza morale e una saldezza di cuore che ogni giorno mi onora della loro presenza e mi ricorda cosa significa per me essere UN AVVOCATO!

Concediamoci l’opportunità di essere coraggiosi, di risalire la corrente ogni volta ci sentiamo spinti lontano dai nostri ideali, da quei principi che sentiamo appartenere profondamente alla nostra essenza.

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